Arquà e la misteriosa dimora alchemica del Petrarca

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Itinerario nei pressi di Padova nella zona dei colli euganei fra mister, cultura ed ottima ristorazione

La pietra

«In questo sogno tutto apparisce sublime; il senso apparente non è indegno di quello che si nasconde; la verità vi brilla da sé stessa con tanto splendore che non è difficile scoprirla attraverso il velo di cui si è preteso servirsi per mascherarcelo»
Da “Il Sogno Verde”, Bernardo da Treviri (Padova, XIV secolo)

La citazione iniziale è tratta dagli scritti alchemici di Bernardo Trevisano, alchimista della Marca che dopo aver dedicato tutta la vita all’arte spagirica giunse grazie alla sua infinita costanza e tenacia al compimento dell’Opus Magnum in un’isoletta greca, aiutato da un anonimo maestro del luogo. La fascinosa alchimia d’oltralpe che ha riempito gli scaffali di molte librerie italiane, purtroppo ha spesso offuscato i nostrani “soffiatori”, da Francesco Colonna, al Petrarca (a cui molto deve Pico Della Mirandola), poi ancora Pietro D’Abano, Claudio Textor, Vincenzo Cartari, il Valdelzocco, Tiziano, Tintoretto, Palladio ecc. questi sono solo alcuni dei molti cercatori succedutisi nella terra eretica per eccellenza: il Veneto. Non serve andare a scomodare Flamel o Paracelso, i Dante e i Bruno li ha partoriti tutti mamma Italia, e noi crediamo fermamente che sia ancora in “dolce attesa”, tra le perdute genti…

Saremo di parte, ma la terra Veneta non è mai stata d’altri se non dell’antico popolo che da tempi immemori si nutre dei suoi frutti e della sua straordinaria bellezza e che tutt’ora, per quanto il meltin-pot sia evidente, ne calpesta il suolo. Molti hanno provato a conquistare i “Venetoi”, la “Venezia”, la “Repubblica del Leone”, ma anche quando ci sono riusciti nel sottobosco della vita rurale e cittadina il popolo rimaneva unito e stretto in una fitta rete di affetti e corrispondenze intoccabili da alcun dominio terreno. Terra di fuggiaschi, santi, eremiti, di nobiltà eretiche e di alchimisti, ospitò anche quello che fu considerato dal cardinale ed insigne letterato Pietro Bembo il modello di perfezione della poesia italiana, al secolo Francesco Petrarca. A nostro modesto parere, insieme a Dante e Virgilio egli è stato sicuramente il più grande poeta-vate della storia della Penisola. Fiumi di parole sono stati spesi sulla sua opera, intricatissime didascalie, nessi filologici, interpretazioni mistico-cristiane, commentari infiniti ma pochi, pochissimi hanno colto la sua “petrosa” indole alchemica, proprio perché così sfacciatamente presente ed evidente nella sua opera, come in tante altre dello stesso periodo storico…

Il borgo

«Vasti boschi di castagni, noci, faggi, frassini, roveri coprivano i pendii di Arquà, ma erano soprattutto la vite, l’olivo e il mandorlo che contribuivano a creare il suggestivo e tipico paesaggio arquatense»

Così Francesco Petrarca descriveva Arquà. Borgo medievale dalle origini molto antiche , dal 2011 nella lista dei luoghi patrimonio dell’umanità Unesco, la zona su cui si erge fu abitata dal popolo degli Eneti prima di essere annessa con la dominazione romana alla X Regio Venetia et Histria. Il nome del paese deriva dal latino Arquatum o Arquata, modificato durante la dominazione veneziana in Arquada e poi Arqua ma solo con l’annessione del Veneto al Regno d’Italia nel 1868 in Arquà Petrarca, per omaggiare il sommo poeta.
Parcheggiata l’auto nel parcheggio vicino al cimitero nella parte bassa del borgo, iniziando a salire per la via Fontana, tra antichi edifici si notano i lavatoi di pietra e la fontana del Petrarca. Poco dopo si giunge sul sagrato della chiesa parrocchiale di Santa Maria nel quale si nota la tomba del poeta realizzata sei anni dopo la sua morte utilizzando il pregiato marmo rosso di Verona. L’autore fu il genere Francescuolo da Borsano su modello della tomba di Antenore a Padova. L’imponente palazzo gotico che si vede giungendo al sagrato è il quattrocentesco Palazzo Contarini, la famosa famiglia patrizia veneziana, mentre di fronte ad esso si trova la trecentesca Casa Strozzi, sede di mostre e di eventi culturali. Da qui si inizia a salire verso la parte alta del borgo. Seguendo via Jacopo da Arquà un’affresco sbiadito di segnala l’Ospitale della Madonna, costruito nel 1320 per ospitare mendicanti e viaggiatori. Guardandoci attorno non possiamo non ammirare alcuni splendide case con i loro broli e giardini realizzate dalle famiglie nobili padovane e veneziane tra XIII e XVI secolo. La salita che prosegue per poche decine di metri ci conduce nel nucleo di Arquà Petrarca di sopra che ci accoglie con le arcate della Loggia dei Vicari. Dalla piazzetta di San Marco si nota il complesso architettonico formato dalla Loggia dei Vicari con l’attigua casa dei Vicari e l’Oratorio della S.S. Trinità. Restaurato recentemente con una moderna copertura che ne consente l’utilizzo durante le iniziative della comunità locale, la Loggia dei Vicari con la vicina Casa (ora adibita a bar) fu edificata nel XIII secolo e per secoli fu la sede dell’amministrazione locale fin da quando qui si riunivano i capofamiglia in assemblee presiedute dal “Vicario”, funzionario alle dipendenze dei signori di Padova. Assieme a quella di Teolo, quella di Arquà era una delle vicarie, amministrazioni periferiche, più importanti della provincia di Padova e dei Colli Euganei. Il ruolo le fu assegnato da Ubertino da Carrara ed il vicario di Arquà controllava un territorio che comprendeva ben 15 villaggi fino a Lozzo Atestino e fino ai confini con Vicenza. Proseguendo sulla stradina che lambisce la loggia dei Vicari e S. S. Trinità si imbocca via Valleselle, una deliziosa stradina ciottolata che scende verso il fondovalle dove in lontananza si intravede l’agriturismo Franciscus, senza dubbio uno dei migliori alloggi del paese. Dopo una cinquantina di metri, sulla sinistra, eccoci finalmente alla dimora del Petrarca.

La dimora

La piccola palazzina sorge in un luogo ameno, incontaminato e silente. Il giardino curato, le luci attenuate dagli alberi, il piccolo brolo nel lato posteriore… non si può descrivere questo paradiso meglio di come ci riuscì il poeta:

«Per non allontanarmi troppo dalla mia chiesa, qui fra i colli Euganei, a non più di dieci miglia da Padova, mi sono costruito una casa piccola ma deliziosa, cinta da un oliveto e da una vigna, che danno quanto basta ad una famiglia numerosa, ma modesta. E qui, benché ammalato, vivo pienamente tranquillo, lontano da ogni confusione, ansia e preoccupazione, passando il mio tempo a leggere e a scrivere».

L’edificio sorge in uno dei punti più tranquilli dell’antico borgo euganeo, e come ogni edificio che si rispetti è “orientato” in maniera non casuale, in questo caso verso il più alto rilievo nei dintorni, il Monte della Madonna. La struttura, che già il Petrarca aveva abbondantemente ristrutturato, è stata donata dai monaci benedettini di San Giorgio Maggiore a Venezia al nobile padovano Pietro Paolo Valdezzocco, che ne fu proprietario dal 1546 al 1556 e volle farne un museo di reliquie e testimonianze petrarchesche. Furono aggiunte una loggetta e la scala esterna per accedere al primo piano, nella falsa convinzione che fosse quella la residenza più consona al grande poeta e ai suoi famigliari, apportando variazioni anche alla distribuzione degli spazi interni. Per capire la figura del Valdezzocco bisogna pensare che il suo periodo di permanenza nella casa nel XVI secolo, seppur breve, corrisponde a una fase molto importante della storia culturale e artistica del Veneto. Figura chiave è il nonno Bartolomeo, dal quale il nipote ereditò una certa consuetudine con figure intellettuali e artisti dediti agli studi ermetici, medico-astrologici, e forse anche kabbalistici, grazie anche all’amicizia che verosimilmente lo legò a Pico Della Mirandola. Purtroppo non abbiamo fonti sufficienti per insinuare una conoscenza diretta o qualche legame consolidato con discendenti o familiari, ma possiamo dire con una certa sicurezza che l’opera commissionata dal Valdezzocco è dovuta alla conoscenza profonda che egli o qualche altro membro della sua famiglia, o cerchia di amici, aveva della caratura iniziatica e quindi del profondo significato esoterico dell’opera poetica del Petrarca, in particolare del Canzoniere…

«Se solo potessi mostrarti il secondo Elicona che per te e per le Muse ho allestito nei Colli Euganei! Penso proprio che di lì non vorresti mai più andartene»

 

La metamorfosi

Quando si entra nella dimora di Arquà, dove il poeta si trasferì nel 1370 in seguito ad una donazione del Signore di Padova Francesco I da Carrara, quella mente razionale amante delle complicazioni si spegne, e qualcosa di profondo torna a prendere coscienza di sé. Gli occhi vengono subito catturati dai dipinti di difficile decifrazione presenti sulle pareti, un vero circolo ipnotico di simboli. Ma viene da chiedersi, come mai una casa canonicale, che tra l’altro il poeta aretino divideva con la sua residenza vicino al Duomo di Padova, era così intrisa di simbolismo pittorico e architettonico?
Una piccola premessa non guasta. All’opera del Valdezzocco va attribuita la divisione del primo piano del palazzo in “Stanze”, primo dei tanti riferimenti altamente simbolici che incontreremo. In senso antiorario appena entrati troviamo la panoramica Stanza di Venere, dal nome dalla dea qui raffigurata accanto al dio Vulcano che forgia le frecce di Cupido, a seguire lo studiolo del poeta, più chiuso e austero e affacciantesi sul brolo interno, poi l’alchemica Stanza delle Metamorfosi, la Stanza delle Visioni e infine la stanza dell’Africa che rievoca le imprese di Scipione l’Africano contenute nel poema epico in latino intitolato appunto “L’Africa”. Soffermarci su ciascuna Stanza richiederebbe uno sforzo che non è alla nostra portata, scegliamo quindi di parlarvi di quella che è senza dubbio la più misteriosa e affascinante. Spazio centrale e cuore della dimora petrarchesca, la Stanza delle Metamorfosi presenta una struttura rettangolare ed è affrescata su tutti i lati da un piccolo ciclo pittorico alla cui vista anche il turista inesperto non può che rimanere incuriosito. Una volta entrato, a circondarlo non saranno infatti quattro vecchie mura, ma l’Opera alchemica stessa snocciolata nelle sue fasi più importanti, ossia i momenti che si succedono nella vita dell’anima che vuole tornare alla sua fonte eterna: la Verità. Ci si trova infatti di fronte a una vera e propria esegesi per immagini di un testo letterario, quasi trasposto in una sorta di Mutus Liber (Libro Muto), noto testo alchemico composto di sole figure, pubblicato nel ‘600 e attribuito al fantomatico Altus. Raffigurato nelle varie “stanze” dell’Opera troviamo niente di meno che il Petrarca, indaffarato a conoscere, inseguire, corteggiare la famosa Madonna Laura, che lo trascina a sé nelle varie tappe del suo percorso di rinascita. I due sono immersi in un paesaggio etereo e paradisiaco tra alberi, caverne, stagni e animali dal chiaro valore misticheggiante. Il Petrarca, in sembianza di uccello, va incontro alle più note trasmutazioni alchemiche, o metamorfosi per l’appunto. Nelle riproduzioni iconografiche come nei testi, la sequenza dell’uso degli uccelli corrispondeva alla sequenza delle operazioni svolte nelle storte del laboratorio dagli alchimisti, e iniziava con il Corvo seguito generalmente dal Cigno, dal Pavone, dal Pellicano per finire con la Fenice. Questo ciclo, simile a quello raffigurato ad Arquà, rappresenta la resurrezione dal “pantano” esistenziale attraverso la purificazione terrena, l’acqua del Battista, e quella celeste ed eterna, il fuoco di Cristo. In questa successione i 4 elementi terrestri grossolani terra, acqua, fuoco, aria vengono resi sottili, in un continuo solve et coagula che porta all’esperienza del quinto elemento da cui essi tutti promamano e si estinguono: l’etere, lo spazio-tempo immutabile. Scopo dell’Opera è la purificazione totale, arrivare a “nutrirsi di se stessi” (Pellicano), e a “risorgere dalla proprie ceneri” (Fenice), insomma a “bastarsi” eternamente. Nelle note fasi finali di Fissazione, Proiezione e Moltiplicazione l’alchimista trascende se stesso e si stabilizza nell’aspetto equilibrante dell’esistenza, tra azione e quiete, diventando una dura lente senza impurità attraverso cui la luce fluisce liberamente. Insomma senza tanti giri di parole: la famosa Pietra Filosofale. Molti hanno speculato a tal proposito sulla natura del cognome del poeta stesso, il Petrarca, ossia l’Arca di Pietra, la Lapis Philosophorum, ricordata e richiamata da tutto il codice comunicativo stilnovista che ci riporta a Dante e ai poeti toscani, riguardante le famose “rime petrose”, interpretate come le rime dell’Opera. E sempre Dante nel nono dell’Inferno scrive:

«O voi ch’avete l’intelletti sani,
mirate la dottrina che s’asconde,
sotto ‘l velame degli versi strani»

Presente in fondo alla stanza si nota anche un’ara con del fuoco ardente, simbolo di sacrificio a Giove utilizzato nei Misteri Eleusini, e niente meno che un pentacolo, simbolo per eccellenza del pitagorismo e del numero 5 rappresentante l’uomo, il microcosmo e l’etere, citato in maniera più o meno celata da molti grandi, Leonardo su tutti.
A corroborare questa lettura ci viene in aiuto il Tommasini che nel 1635 scriveva riguardo ai versi del Petrarca e ai dipinti di Arquà: “Velare i misteri della sapienza negli involucri delle favole, non solo era consuetudine antichissima per i poeti, affinchè tali misteri non fossero profanati nel volgo, ma anche per i filosofi più seri, che vestivano i loro dogmi di finzioni e di miti, mentre diffondevano i segreti della natura attraverso cose ovvie per i sensi”. Singolare, ma non casuale, è anche la rappresentazione “arborea” del poeta, in riferimento alla fase cosiddetta Viridatio che rappresenta il
colore del vegetale in genere, del “neofita” per l’appunto, che altro non è se non la nuova pianta, l’iniziato.
Questa in particolare è a nostro parere la chiave per capire e riassumere l’enorme mole di informazioni che sono racchiuse in queste quattro pareti. Nel “farsi albero” il Petrarca intensifica il riferimento al nome di Laura, il lauro o alloro sempreverde con cui venivano incoronati i poeti sin dall’antichità, “che per fredda stagion foglia non perde”. Si tratta dunque di una vera e propria prima identificazione del poeta con la donna amata, alla quale nel Canzoniere ne seguiranno molte altre, che purtroppo non abbiamo il tempo di trattare, tutte indotte direttamente dal principio femminile che domina appunto, per la sua stessa profonda natura, ogni trasmutazione naturale, fino alla trasfigurazione finale della fiamma, e nella luce che solo l’aquila/fenice può rimirare. In sintesi tale è lo spettacolo che si può ammirare ad Arquà, ruotando la testa si passa dalla fase al nero, Nigredo o piccola morte, alla fase al bianco dell’Albedo, la purificazione, arrivando quella al rosso della Rubedo, la rinascita, ricordata così nel Canzoniere:

«Canzon, i’ non fu’ mai quel nuvol d’oro
che poi discese in preziosa pioggia,
sì che ’l foco di Giove in parte spense;
ma fui ben fiamma ch’un bel guardo accense
e fui l’uccel che più per l’aere poggia
alzando lei che ne’ miei detti onoro;
né per nova figura il primo alloro
seppi lassar, ché pur la sua dolce ombra
ogni men bel piacer del cor mi sgombra»

Questo è solo un vago assaggio della magia che un luogo del genere sollecita nell’anima di chiunque lo visiti. Anche se inconsciamente, il piccolo borgo medioevale incastonato tra gli Euganei, con la sua piccola chiesa dell’Assunta, le sue viuzze ciottolate, i colori tenui e suoi luoghi di ritrovo spogli e semplici riporta la mente ad un’epoca lontana, di purezza. L’itinerario da seguire si potrebbe dire sia proprio quello alchemico: il perdersi per ritrovarsi solo a fine giornata al tavolo di una trattoria di paese a parlare di cose che richiederanno tempo per sedimentare, ma che avranno sicuramente un effetto positivo su di noi.

In brodo di giuggiole

In Veneto il criterio fondamentale di giudizio di una località non può esimersi dal vino a cui è legata. Possiamo consigliarvi quindi una capatina a l’Enoteca di Arquà dove potrete ristorarvi dal vostro giro nel borgo: con la bella stagione particolarmente piacevole è sedersi nella piccola terrazza interna. In questo locale, che fa parte della Strada del Vino dei Colli Euganei, potrete gustare salumi e formaggi di produzione locale, e degustare prodotti e vini della zona. In particolare da provare è lo spritz euganeo, versione di Arquà Petrarca dell’aperitivo veneto per eccellenza. Lo Spritz euganeo è fatto con vino dolce il Fior d’Arancio DOCG, un alcolico “segreto” all’arancia ed una giuggiola, prodotto bandiera di Arquà, infilzata su uno stesso al posto dell’oliva. In giro per il borgo di Arquà Petrarca avrete inoltre notato i molti negozietti di artigianato e di prodotti tipici, in particolare alcuni di aziende aderenti alla Strada del vino dei Colli Euganei contrassegnati con cartelli che lo specificano. Tra questi segnalo l’azienda Scarpon presso la quale potrete acquistare prodotti tipici del territorio, in particolare il famoso liquore “Brodo di giuggiole”o altri liquori a base di erbe come il superbo Estregone.

Il Museo
Il Museo è allestito e suddiviso in varie sezioni: “La Casa di Francesco Petrarca”, “Iconografia del Petrarca e di Laura”, “Arquà e il territorio circostante”, “La tomba del Petrarca”, “Il mito della Casa: i registri dei visitatori”, “Il mito della Casa: le reliquie e le medaglie commemorative” al primo piano mentre al piano terra si può vedere un video che illustra la vita del Petrarca ad Arquà negli ultimi anni della sua vita oltre ad una mostra fotografica dedicata ai luoghi del Petrarca in Veneto.

Orario
09:00 – 12:30 / 15:00 – 19:00 dal 1 marzo al 31 ottobre;
09:00 – 12:30 / 14:30-17:30 dal 1 novembre al 28 febbraio
ingresso consentito fino a mezz’ora prima della chiusura
Chiusura: tutti i lunedì non festivi, Natale, S.Stefano, Capodanno, I Maggio

Biglietti
intero euro 4.00; ridotto euro 2.00
Ingresso libero per i possessori della PadovaCard
tel. e fax +39 0429 718294

Fonti
www.ilblogdipadova.it
www.collieuganei.it
Le metamorfosi di Laura e Francesco ad Arquà e la cerchia ermetica patavina dei Valdezzocco, Alessandro Grossato (Università di Trento).
Le metamorfosi di Laura ad Arquà, due letture inedite tenutesi rispettivamente a Padova, a Palazzo Moroni, l’8 maggio 2004, e all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia (I.U.A.V.) il 9 gennaio 2007.

Foto
www.itinerandoshow.it
Si ringrazia Gal Patavino, per la gentile concessione.
www.galpatavino.it

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